Walter
Niedermayr
prospettive.
novembre/marzo 2017

Tosetti Value per l’Arte è lieta di presentare Recollection Iran: Antica Persia e industrializzazione. La collaborazione con l’artista Walter Niedermayr, nata dal prezioso dialogo con Chiara Massimello, ha permesso di raccogliere una selezione da Recollection, il corpo di lavori realizzato in Iran che il progetto Prospettive si propone di esplorare attraverso la sua consueta lente macroeconomica e geopolitica.
Persepolis è davvero la culla di qualcosa, non solo nell’accezione che spesso viene data a questa parola, luogo di nascita. Quanto piuttosto luogo d’interazione, di stratificazioni che creano biodiversità e ricchezza culturale. Uno straordinario humus che va innaffiato e poi raccolto, come frutto, da chi è in grado di accettare e includere entrambi i lemmi della parola: «bio», vita, condizione cui tutti siamo innatamente favorevoli, e «diversità», attributo che non sempre si è inclini ad accettare.

È il 29 novembre 1997, Melbourne, quando Azizi, oggi leggenda della nazionale iraniana, qualifica la squadra alla Coppa del Mondo del 1998. I festeggiamenti che ne derivano impauriscono il governo di Teheran, che per placare il clamore fa ritardare il ritorno dei giocatori della nazionale. Tre giorni dopo, quando i calciatori faranno il loro ingresso trionfale in elicottero nello stadio Azadi (“libertà” in lingua farsi), troveranno cinquemila donne accalcate ai cancelli dello stadio forzare i blocchi della polizia per assistere alla celebrazione. Questo giorno verrà ricordato per sempre come la “Rivoluzione del Calcio”.
L’Iran che ci mostra Niedermayr non è solo una conversazione dittica, triplice o polittica, a numero di voci ristretto. Ma, per stare con le parole d’apertura, un campo biologicamente diverso, fertile, del tutto plurimo.

Persia e industrializzazione è il raggiungimento di un’economia contemporanea: tra le colture di questo campo prolifico possiamo vedere con nitore la correlazione tra la Persia e la modernità architettonica del Novecento, dell’industria che da pesante si è trasformata in terziaria. Queste economie, spesso considerate “latecomer”, vivono un vantaggio competitivo che toglie loro memoria e stratificazione culturale, ma permette di saltare dei passaggi: non vivono la fabbrica, ma direttamente l’ufficio.

I palazzi che si stagliano e puntellano Darband e i monti Elbuz sono le spighe di questa piantagione. Qui il polittico si allarga a dismisura, perché l’Iran non trova ancora la sintesi della sua diversità, e se da una parte è esposto alla prepotente forza dell’emancipazione contemporanea, dall’altra reprime ancora molti diritti fondamentali, tra cui, con maggiore ostinazione, quelli sessuali. Così, uno dei correlativi più efficaci che la fissità del “due”, che Niedermayr propone in questa mostra, richiama, è la palpebra.

Questa apre e chiude, si alza e si abbassa. È il movimento che lo stesso Iran ha vissuto e indotto ai propri scambi commerciali, prima strozzati e poi liberati, con straordinaria inerzia comunque, dagli accordi sul nucleare con gli Stati Uniti. Questa palpebra che ora sembra aperta e lascia filtrare quello che il mondo globalizzato porta con sé, forse ci dirà se quel polittico così perfetto si allargherà, comprendendo tutto il diverso che nel sale della Terra iraniana già vive, cristallo, sottotraccia.

L'incontro tra eccellenze in discipline diverse è uno straordinario motore di crescita e arricchimento.
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